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La violenza non è solo maschile

Da: CdT 10.11.2012 pag 32

L'Opinione.

Roberto Flamminii *

Voler considera­re la violenza sola­mente nelle sue de­clinazioni al ma­schile, forse perché più chiassose, si­gnifica voler ridur­re e sottovalutare la questione in rapporto alla sua reale ampiezza e gravità. La violenza di Stato, del siste­ma giustizia, dei media, quella psicolo­gica oltreché fisica, costituiscono glo­balmente un fenomeno assai più etero­geneo e complesso di quello che, gene­ralmente, mezzi d'informazione, politi­ca ed alcune frange femministe, vorreb­bero farci credere. La violenza ha inve­ro mille declinazioni, non ha colore, età, passaporto o sesso.
Esiste anche la violenza delle donne sugli uomini, delle donne contro le donne (ottimo il contributo della fem­minista USA Phyllis Chesler che auda­cemente ha pubblicato «Donna contro donna»), delle madri contro le figlie e i figli, delle mogli contro i mariti e i suo­ceri, contro le autorità.

Nella vicina penisola, per esempio, il 70% delle sot­trazioni internazionali di minori ri­guarda le donne, il 10% della pedofilia è femminile; il 72% degli infanticidi è perpetrato da donne; il 90% dei genito­ri alienanti è costituito da madri, valo­ri che, invece che semplificarla, rendo­no giustizia della eterogeneità del feno­meno violenza.
La ricerca ed il dibattito tra i ricercato­ri più seri non sono oggi concentrati sull'esistenza di una violenza femmini­le, bensì sul tema della simmetria - o meno - fra i due generi nell'esercizio della violenza. Un decisivo contributo a questo dibattito è venuto da una ri­cerca del 2006 del più autorevole orga­no di ricerca USA, il Center for Disease Control, che concludeva appunto - co­me altre precedenti ricerche - su una sostanziale simmetria nella violenza tra i generi. Il prof. Martin S. Fiebert, del Dipartimento di psicologia della California State University, nel 1997 ha presentato all' American Psychological Convention, tenutasi a Washington (aggiornata nel 2004 sulla rivista Sexuality and Culture) i risultati di un'approfondita disamina della lette­
ratura scientifica sulla violenza femmi­nile. Questo lavoro bibliografico, essen­do i risultati presentati in netta contro­tendenza con l'assunto ideologico do­minante che la violenza fosse una pre­rogativa maschile, è stato regolarmente aggiornato. L'ultima versione è del 2009 e, come precisato dall'autore «esa­mina 247 lavori accademici: 188 studi empirici e 59 rewiew e/o analisi, i qua­li dimostrano che le donne sono altret­tanto aggressive, o più aggressive, degli uomini nelle loro relazioni con i loro mariti o partner maschi. La dimensio­ne complessiva del campione negli stu­di recensiti supera il numero di 240'200».
Eccetto quella al maschile, alle altre declinazioni della violenza si dedica scarsa attenzione: è argomento politi­camente scorretto, scomodo, da negare ed occultare, argomento tabù. Opera­zione semplificatrice che tuttavia indu­ce facilmente a scivolare nelle trappole del sessismo e dell'ideologia. Nel 2004, una nota ONG come Amnesty Interna­tional aveva ammesso: «La campagna globale di Amnesty International con­tro la violenza sulle donne, ha fatto un uso dell'affermazione, attribuita al Consiglio Europeo, secondo cui la vio­lenza domestica è la prima causa di morte per le donne, genera più decessi del cancro e degli incidenti stradali. Questa affermazione non corrisponde ai dati cui si riferisce, viene quindi can­cellata dal materiale di Amnesty Inter­national». Esistono pure le violenze del diritto sulla separazione che incarcera­no i padri preventivamente, cautelati­vamente, che li cancellano sistematica­mente dalla vita dei figli che per questo si ritrovano «orfani di padre vivo».
Genitori affidatari che possono calpe­stare i bisogni e i diritti dei figli al loro padre e alla di lui prossimità, impune­mente, senza alcun intervento corretti­vo e responsabilizzante da parte dello Stato o delle autorità preposte, il tutto ben etichettato con «per il bene dei mi­nori». Violenze che uccidono, spingono ad uccidere ed uccidersi, a impazzire, a scivolare nella disperazione, nella de­pressione, ma delle quali non si deve parlare o accennare: violenze che non si devono nemmeno nominare. Ogni anno sono migliaia i minori vittime della nostra giurisprudenza. A migliaia
ogni anno diventano vittime di prati­che adagiate su ideologie, per niente scientifiche, che avremmo da tempo dovuto abbandonare, ma che a tutt'og­gi seminano violenza e sofferenza.
La separazione e il divorzio rappresen­tano un importante fattore di rischio che spinge al suicidio quasi esclusiva­mente il padre, pur essendo fattore di rischio che riguarda lo stesso numero di padri e di madri. Una nuova tipologia di soggetti deboli è prodotta ed incre­mentata dall'attuale giurisprudenza che si fonda sulla prassi consolidata del genitore affidatario, sulla logica giuri­dica del contenzioso e della mancata separazione da farsi fra ruoli coniugali e ruoli genitoriali. In modo bizzarro, il bisogno d'accudimento della prole è re­legato al sostentamento economico, for­se equiparando l'assegno mensile del padre al cibo che l'animale deve fornire ai cuccioli non ancora autosufficienti. Il bisogno di proteggere e vigilare sulla prole, e di garantire la sopravvivenza della specie, scatena aggressività verso chiunque vi si oppone o tenta di farlo. L'espropriazione della prole ed il divie­to di occuparsene, configgono anche con le più antiche pulsioni biologiche. Questo chiarisce, o dovrebbe chiarire, perché la violenza affiora quando s'in­terrompe la continuità genitoriale: è un istinto innato, superiore a qualsiasi vincolo socio-culturale qual è invece il diritto. Contro l'annientamento del più forte archetipo naturale, il bisogno cioè di vigilare e proteggere la prole, i vinco­li legali hanno scarso potere di conteni­mento: potrebbe rivelarsi un errore molto grave non considerare che l'e­sclusione forzata di un genitore dalla vita dei figli possa ancora generare vio­lenza ed in maniera istintiva e perciò automatica.
L'interruzione giuridica del progetto e delle relazioni genitoriali è vissuta in larga maggioranza dai padri; per que­sta ragione sono i padri, non le madri, a figurare abbondantemente in testa all'elenco degli autori di omicidio e/o suicidio legati alla separazione. Il geni­tore che non può accudire e proteggere i figli può giungere, in preda alla dispe­razione, perfino ad uccidere e ad ucci­dersi; il genitore che non riceve l'asse­gno mensile, no!


* educatore SUPSI
 

La limitatezza genitoriale è unanimemente riconosciuta come un disvalore in costanza di matrimonio, con la separazione diviene un disvalore non accettarla.[...] I rapporti genitoriali non si conformano al prevalente inte­resse del minore, sono invece subordi­nati al favor giudiziario nel mantenere uno standard rodato.[...] Tale accani­mento genera conseguenze di grande spessore anche sotto il profilo della criminogenesi.

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